Ogni giorno disegniamo la nostra scia sul mare, scegliamo la patria che più ci somiglia, i nostri avi e la nostra tradizione, le nostre bandiere e il nostro idioma, il nostro necessario radicamento.
La modernità ci vuole tutti sradicati: occorre non avere radici né tradizioni né famiglia per essere i perfetti consumatori compulsivi delle metropoli. La soluzione, però, non è il revival del nazionalismo, argine ingannevole alle derive della globalizzazione. Questa vuota retorica è solo una costruzione immaginaria obsoleta, un’invenzione “scadente”, strumentale, imposta dall’alto per capitalizzare politicamente il malumore diffuso. È necessario invece, come insegnano Svevo e Pavese, Pasolini e Levi (scrittori italiani universali proprio in quanto “provinciali”) tornare alle piccole patrie interiori, patrie d’elezione individuali e perciò collettive: perché le uniche radici – multiple e celesti – sono quelle che ognuno decide di avere, le patrie vere sono solo quelle immaginarie, e prima di essere difese, vanno conosciute e interiorizzate.