I crimini degli intellettuali

Disponibile dal 21 novembre

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Di

Édouard Berth

Indice
Prefazione

«Ebbene, lo si conosce adesso, l’Intellettuale? Lo vedete, questo mostro senza viscere, questo anacoreta dell’Idea pura, questa Astrazione fatta Uomo? Abbiamo proprio il rappresentante di questa aristocrazia intellettuale che è la più dura, la più feroce e la più cinica delle aristocrazie, perché ha per il popolo un disprezzo trascendentale».

«Dalla sua Repubblica, Platone caccia i poeti, e capiamo perché. La libertà è sempre stata detestata dai dogmatici sociali, dagli intellettualisti, da tutti coloro che sognano di fissare la società in forme statiche e che non tollerano altra libertà se non quella del bene – il bene decretato dal loro dispotismo illuminato. Tutta questa gente, fanatici dell’unità, sopporta male l’inevitabile varietà degli esseri e delle cose; vorrebbe riassorbire il tutto nell’Uno. In effetti, perché le patrie? Perché lingue diverse? Perché le classi? Perché i sessi? Perché non una sola umanità, una sola lingua, un solo sesso, un’associazione unica? Tutto dovrebbe essere intercambiabile, le razze, le patrie, le classi, i sessi. Ma eccola, la libertà, cioè la capacità di inventare il nuovo, di aprire delle strade al di fuori dei sentieri battuti, di aprire nuovi orizzonti, di errare, anche, di cadere, di inciampare. Se non parliamo ancora tutti l’esperanto è perché malauguratamente siamo esseri liberi, e in quanto liberi abbiamo bisogno di lingue diverse con le quali esprimere la diversità dei nostri animi nazionali. Se non formiamo ancora una sola umanità, è sempre perché siamo liberi e le patrie sono “le forme diverse dell’esperienza umana”. Se non vogliamo farci assorbire totalmente dallo Stato, è ancora e sempre perché siamo liberi, e in quanto liberi formiamo classi diverse, irriducibili all’uniformità statale. Quindi, sempre e ovunque libertà, questo grande giudice e arbitro sovrano dei destini umani».

Introduzione di Lorenzo Vitelli
Traduzione di Andrea Vannicelli

pagine:250
anno:1914-2018

Édouard Berth (1875-1939) è uno dei principali esponenti del sindacalismo rivoluzionario francese, nonché il più fedele discepolo e interprete di Georges Sorel (1847-1922). Di formazione marxista, si propone, sulla falsariga di Sorel, di conciliare il filosofo di Treviri – di cui traduce in francese alcune opere – con l’anarchico Pierre-Joseph Proudhon, per dare vita ad un socialismo eroico, vitalista e anti-statalista. A partire dal 1909 si avvicina all’ambiente monarchico, in particolare all’Action Française di Maurras. Nel 1911, insieme a Georges Valois, fonda i Quaderni del Circolo Proudhon, a cui collaboreranno sindacalisti rivoluzionari e monarchici. Nel 1920, scoraggiato da questi tentativi e deluso dal nazionalismo monarchico, l’ennesima mistificazione borghese, entra nel Partito Comunista e scrive sulla rivista Clarté. Rimarrà fedele ai principi del sindacalismo rivoluzionario e criticherà le derive totalitarie dei fascismi e dei comunismi.